La denuncia

«Se non vi sta bene cambiate ospedale». Così al Pronto Soccorso rassicurano pazienti e parenti

Pronto soccorso Barletta
Pronto soccorso
«Che si tratti di mancanza di personale o di poca empatia poco importa. Ci vuole più rispetto ed educazione sia per noi parenti che per i pazienti»
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«Se non vi sta bene cambiate ospedale». Questa la sintesi di una disastrosa organizzazione del Pronto Soccorso di Barletta, più e più volte segnalata dai nostri lettori.

Sono innumerevole le storie di pazienti che ogni giorno si recano al pronto soccorso del “Dimiccoli” di Barletta restandone sempre più delusi: un luogo che dovrebbe essere considerato di salvezza si tramuta più spesso del dovuto in una lotta alla sopravvivenza. Scene surreali si susseguono di ora in ora: pazienti lasciati su sedie a rotelle nel corridoio del reparto di primo soccorso è solo la punta dell’iceberg.

Poca umanità e poca empatia con i pazienti vengono denunciate da più di una persona, tanto che il personale addetto alla sicurezza confessa che risse verbali e interventi delle forze dell’ordine sono all’ordine del giorno.

Pubblichiamo integralmente la denuncia di una lettrice.

«Ho chiamato il 118 per mia madre 80enne e disabile alle 9 del mattino. Non appena arrivate al pronto soccorso, dopo l’esito del tampone negativo di mia mamma, il personale sanitario mi ha detto che non avrei potuto farle compagnia durante le visite mediche e mi ha rassicurata che mi avrebbero chiamata per aggiornarmi. Ritenendo prezioso il lavoro di tutto lo staff medico sono stata ben attenta a non disturbare prima delle 15 del pomeriggio, quando le poche notizie sulla situazione di salute di mia madre le ho sapute proprio da quest’ultima, non molto lucida a causa dei suoi malanni e della sua età. Mi sono quindi gentilmente affacciata all’accettazione del pronto soccorso chiedendo di poter avere informazioni ufficiali circa il suo stato di salute. Un’infermiera poco empatica e per nulla disponibile ha iniziato ad aggredirmi verbalmente dicendo che mi avrebbero chiamata non appena possibile e che la mia presenza lì fosse inutile. Le ho fatto presente di non avere nessuna informazione dalle 9 del mattino, e la sua risposta è stata semplicemente: “Se non vi sta bene cambiate ospedale”. Ho cercato di mantenere la calma, soprattutto perché in quei pochi minuti nei quali sono stata all’interno del pronto soccorso mi sono trovata davanti a uno scenario desolante: un paziente che urlava dal dolori (e con visibili escoriazioni su varie parti del corpo) che chiedeva di essere visitato visitato, anziani moribondi su sedie a rotelle, ecc ecc…

Ho atteso ancora e dopo altre 3 ore di agonia sono stata chiamata dalla dottoressa di turno che pare abbia dato lezioni di gentilezza e umanità alla sua collega infermiera dell’accettazione: finalmente, dopo 9 ore in pronto soccorso, mi hanno informata che avrebbero ricoverato mia madre in un reparto dove per fortuna l’umanità e il rispetto per il dolore altrui è ancora presente. Sono rimasta profondamente delusa dall’atteggiamento per nulla etico dei medici. Capisco tutto: il caldo, i turni, il personale sotto organico, ma loro dovrebbero capire noi: siamo dei parenti spaventati che vorrebbero solo avere delle informazioni».

 

 

 

sabato 30 Luglio 2022

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Luciano Tupputi
Luciano Tupputi
8 giorni fa

Ci sono diversi operatori sanitari che probabilmente affaticati da turni stressanti …e
complice il gran caldo…non riescono a mantenere la lucidità necessaria per una conversazione professionale verso pazienti e famigliari….
I Direttori Sanitari dovrebbero prenderne atto e ovviare a questo increscioso comportamento !!

Nicola G.G. CECCA
Nicola G.G. CECCA
8 giorni fa

I MONATTI EBBERO PIÙ COMPASSIONE!!!

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori.

Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina.

La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

A. Manzoni da: “I promessi sposi” – “La madre di Cecilia”

Luca Parmitano
Luca Parmitano
8 giorni fa

Ma perche non lo chiudono questo squallido pronto soccorso?a che serve? a mettere in pratica tutta la squallida maleducazione
dei. pseudo sanitari? ed ad esternare tutta la loro incapacita medica,ma questi sanitari dove li hanno trovati al mercato del sabato?fate schifooo!!!

G. R.
G. R.
7 giorni fa

Quando un direttore generale di insedia, prima di presentarlo alla stampa dovrebbe far un percorso da trasmissione “BOSS IN INCOGNITO”… appurate le criticità poi la presentazione alla stampa e risoluzione immediata dei problemi cronici più gravi. Il Pronto Soccorso è la porta di un nosocomio è da lì che tutto trae origine, quindi il personale oltre ad avere nozioni in medicina dovrebbe anche essere in possesso di norme comportamentali da attuare con il prossimo.