Lavorare sotto il sole: il progetto Worklimate e le nuove strategie per gestire il Rischio Calore

Il progetto Worklimate, coordinato da Inail e CNR-IBE, emerge come la bussola necessaria per orientare imprese e lavoratori attraverso le insidie del microclima
Il cambiamento climatico non è più un’astrazione per climatologi, ma una variabile critica che sta riscrivendo l’agenda della Sicurezza nei luoghi di lavoro. L’innalzamento globale delle temperature e la frequenza crescente delle ondate di calore hanno trasformato il “lavorare sotto il sole” da una condizione faticosa a un rischio professionale severo, associato a un incremento statistico degli infortuni. In questo scenario, il progetto Worklimate, coordinato da Inail e CNR-IBE, emerge come la bussola necessaria per orientare imprese e lavoratori attraverso le insidie del microclima.
Per capire cosa debba contenere davvero una strategia di contrasto efficace, chi sia chiamato a monitorare le condizioni meteo e perché un approccio basato sui dati possa cambiare la quotidianità di un’impresa, abbiamo intervistato Raffaele Poleo, RSPP e formatore sulla sicurezza in GDM Sanità (Torino).
Il “nemico invisibile”: le patologie da calore
Il calore non colpisce sempre in modo eclatante; spesso agisce per accumulo, minando la lucidità del lavoratore prima ancora della sua resistenza fisica. “Dobbiamo smettere di considerare il caldo come un semplice disagio e iniziare a trattarlo come un agente di rischio al pari delle sostanze chimiche o del rumore”, esordisce Raffaele Poleo. Le fonti tecniche classificano una gamma severa di patologie: dai crampi e le dermatiti da sudore fino agli squilibri idrominerali e alla pericolosa sincope da calore.
Il pericolo massimo è rappresentato dal colpo di calore, una vera emergenza medica che può portare alla morte se la temperatura corporea supera i 40°C. “Il vero problema”, osserva Poleo, “è che lo stress termico esaspera l’errore umano dovuto alla stanchezza e alla riduzione dei tempi di reazione, triplicando il rischio di infortuni gravi in settori come l’edilizia o l’agricoltura”.
Worklimate: la prevenzione diventa “personalizzata”
Il cuore dell’innovazione risiede nella piattaforma previsionale di Worklimate, che fornisce mappe di allerta personalizzate. A differenza dei comuni bollettini meteo, questo strumento incrocia i dati climatici (temperatura e umidità) con il tipo di attività fisica svolta e le caratteristiche dell’ambiente di lavoro, come l’esposizione diretta al sole o l’uso di indumenti protettivi pesanti.
Secondo Raffaele Poleo, questo è il punto di svolta: “Non esiste un rischio calore uguale per tutti. Un operatore che movimenta carichi pesanti sotto il sole ha una soglia di allerta diversa da chi lavora all’ombra con ventilazione naturale. L’uso di indici come l’indice di calore permette all’RSPP di pianificare interventi millimetrici”. Il progetto raccomanda infatti l’identificazione di un responsabile aziendale, spesso coincidente con il preposto, incaricato di monitorare le condizioni meteoclimatiche e attuare le misure di tutela in tempo reale.
Acclimatamento e Idratazione: le regole d’oro
La gestione operativa suggerita dalle fonti si basa su pilastri antichi ma spesso trascurati. Il primo è l’acclimatazione: il corpo umano necessita dai 7 ai 14 giorni per adattarsi alle alte temperature. “È fondamentale che i neo-assunti o chi rientra da lunghe assenze non siano esposti immediatamente al 100% del carico di lavoro durante un’ondata di calore”, sottolinea Poleo. Le linee guida suggeriscono di iniziare con appena il 20% della fatica ordinaria il primo giorno, aumentando gradualmente la dose di esposizione.
L’altro pilastro è l’idratazione costante. Non basta bere quando si ha sete; in condizioni critiche, i lavoratori devono essere incoraggiati a bere un bicchiere d’acqua ogni 15-20 minuti, per un totale di circa un litro l’ora. “Come RSPP”, spiega Poleo, “insisto molto sulla disponibilità di acqua fresca facilmente accessibile. È una misura di prevenzione dal costo irrisorio ma dall’efficacia vitale”.
Riorganizzazione: il coraggio di fermarsi
La sfida più complessa per un’impresa resta quella organizzativa. Gestire il rischio calore significa modificare gli orari, anticipando le lavorazioni più gravose alle ore mattutine e programmando pause brevi ma frequenti in aree ombreggiate o climatizzate. “La pausa non è tempo perso”, conclude Raffaele Poleo, “perché evita il rallentamento del ritmo di lavoro causato dalla stanchezza e riduce drasticamente il tasso di errore”. In casi estremi, quando il rischio calore è molto alto e le temperature superano i 35°C, le aziende hanno oggi il dovere – e la possibilità giuridica – di sospendere le attività, potendo ricorrere anche alla Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO).
Attraverso la formazione obbligatoria definita dall’Accordo Stato-Regioni 2025, che ora coinvolge direttamente anche i Datori di Lavoro, la cultura della prevenzione climatica deve diventare parte integrante del DVR. L’obiettivo finale del progetto Worklimate è proprio questo: trasformare l’emergenza estate in una gestione strutturale e consapevole della salute e sicurezza.
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